Sono cresciuta alle Seychelles, su una scogliera da cui il mare si apriva davanti a me, per quasi centottanta gradi. Da lassù potevo guardare i banchi di sgombri muoversi sotto la superficie e i delfini giocare nell’acqua più in basso. Al tramonto il cielo diventava di un rosa tenero, e il mare, in un grande gesto di imitazione, ne rifletteva il colore e si tingeva di rosa anche lui, spingendosi oltre l’orizzonte verso un mondo che si lasciava intuire ma che ancora non riuscivamo a vedere.
Il frangipane e la bouganville erano il ritornello di quegli anni. Non ogni tanto. Sempre. Il frangipane soprattutto, nel caldo del pomeriggio, quando i fiori erano rimasti al sole abbastanza a lungo da diventare pesanti e dolci. Li coglievamo e li infilavamo dietro l’orecchio. All’epoca sembrava una cosa del tutto normale.
Io e mia mamma andavamo spesso in spiaggia. Sabbia bianca, una carezza morbida come il burro sotto i piedi, acqua così limpida e così calda che si vedeva fino al fondo. Portavamo le chips di banana e ci sedevamo lì, dentro l’acqua. Altre volte io e la mia migliore amica camminavamo lungo la riva mentre il sole tramontava, le dita dei piedi nell’acqua, sorelle d’anima che si scambiavano segreti sulla sabbia, parlando di tutto mentre l’orizzonte si faceva caldo e lento e immenso.
Anche il cibo era un mondo a sé. L’annona, noiosa da mangiare perché devi sputare ogni seme, e ogni volta ne vale la pena, una delizia cremosa e tropicale diversa da qualsiasi cosa cresca in un clima più fresco. Acqua di cocco direttamente dalla noce. L’albero di jamalak a scuola, che lasciava cadere i suoi frutti nel caldo. Niente di tutto questo era esotico per me. Era solo un altro giorno qualunque.
Passavo moltissimo tempo a esplorare da sola. Da piccola facevo brevi passeggiate per conto mio vicino a casa, giù fino alla riva rocciosa a parlare con i pesci saltafango, su nel nostro albero di lime, che dava frutti tutto l’anno e non chiedeva niente in cambio. E fino a una casa abbandonata che avevo scoperto, dove mi arrampicavo nel vano della finestra e mi sedevo, a guardare la vista più bella sul mare.
Era un momento di solitudine e insieme di meraviglia. Il legno malandato della finestra quadrata faceva da cornice alla scena, una cartolina sollevata verso il mondo, e mi faceva apprezzare tutto ancora di più: l’acqua turchese, un blu più brillante di qualsiasi fotografia abbia mai visto, lo smeraldo rigoglioso delle fronde delle palme da cocco, la sabbia color crema, il sole che splendeva forte e per poco, baciando le creste delle onde in lontananza. Sembrava un’invenzione. Eppure era del tutto reale, e quel momento era del tutto mio.